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Le piattaforme carbonatiche


Mentre il fondale marino lentamente sprofondava per effetto della subsidenza, le piattaforme triassiche rispondevano aggradando, ossia accrescendosi in altezza. I carbonati, precipitati in gran quantità dai processi fisici e biologici mediati dalle comunità biotiche, si accumulavano verso l’alto compensando l'abbassamento. Gli organismi fotosintetici che colonizzavano il bordo della piattaforma (reef) potevano così continuare a vivere nei limiti della zona sommersa adeguatamente raggiunta dalla luce solare e mantenere gli stessi livelli di produttività.
La sommità delle piattaforme si raccordava alla loro base posta sul fondo del mare triassico mediante rampe inclinate di circa 30°. Su questi ripidi pendii (slope) il materiale calcareo prodotto dagli organismi marini biocostruttori, insieme a quello che franava dall’alto, cementava e si accumulava strato su strato rispettando l’inclinazione dei versanti.
In questo modo la piattaforma progradava, cioè avanzava lateralmente, talvolta per centinaia di metri, andando a ricoprire i sedimenti deposti sul fondale. Nelle fasi di ritiro, quando la produzione di carbonato diminuiva o si arrestava, prevaleva invece la deposizione sul fondo. In tal caso resti di organismi planctonici e polveri trasportate dal vento precipitavano dalla colonna d’acqua e incrementavano lo spessore del deposito bacinale che si appoggiava perciò sui fianchi della piattaforma.
La stratificazione orizzontale, caratteristica della laguna interna, è ancora osservabile nelle zone centrali delle piattaforme. Anche le clinostratificazioni, dove presenti, sono visibili in sezione sulle pareti verticali degli attuali gruppi dolomitici. Le scarpate originali (pendii strutturali) si sono preservate nel versante sud-occidentale del Sassopiatto e in quello nord-orientale del Mantel, nel gruppo del Catinaccio, mantenendo la stessa geometria che avevano centinaia di milioni di anni fa.




 
 
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